Introduzione



A' LETTORI

Tutto quel, che virtuosamente s'adopera, per lo comun beneficio,
e a favore di cose gradite dal Mondo, e tenute in pregio, suole arre
car sempre, a quei, che lo 'mprendono, pubblica lode, e universal grati
tudine: le quali cose, di qualunque eccellente operazione, e più degna,
debbon riputarsi pienissima ricompensa. Quindi è, che vedendo noi,
per manifesti argomenti, salire ogni giorno in più stima la nostra lin
gua, e col numero degli studiosi di quella, sì dentro, come fuora d'Ita
lia, crescere insieme la vaghezza di conoscer le sue bellezze; giudicammo non dovere esser
senza lode, nè senza grado, la fatica, e lo studio, che a prò di quella fosse impiegato. Cotale
opinione mosse in tutti noi disiderio grandissimo di giovarle, dal quale nacque appresso il pro
ponimento di compilare il presente Vocabolario. Parve questa la più alta, e vera maniera,
fra tutte l'altre, di benificare questo idioma; mentrechè non pure, mercè delle voci, che per en
tro ci si raccolgono, ma delle dichiarazioni, che l'accompagnano, e del novero, e gentilezza de
gli esempli, de' più stimati scrittori, con agevolezza e diletto viene ad acquistarsene perfet
ta la cognizione Per questa guisa, oltre a ciò, viene ella assicurata, quanto è possibile, da
quei pregiudici, e da que' pericoli, a' quali i molti accidenti, portati necessariamente dal tempo,
fanno suggettí tutti i linguaggi: avendo mostrato la sperienza, che eglino, o in tutto od in parte,
si perdono, o s'infettano, e si corrompono. De' quali pregiudici già cominciava la nostra lin
gua a sentirne parte, ed era in procinto di maggiormente sentirgli, essendo venuti, e venendo
tuttavia meno libri manuscritti di buoni autori, ne' quali una grande, e forse la miglior par
te di voci, e di locuzioni, si conservava. Conoscemmo, che quanto più esquisita, e compiuta fos
se stata quest'opera, tanto sarebbe maggiore il beneficio comune, e la nostra lode, però a questo
principalmente avemmo la nostrax mira, e sperammo, e tentammo di conseguirlo. Accorgem
moci poscia, che la grandezza, e varietà dell'opera malagevolissimamente lo consentiva, ab
bracciando ella almeno, in qualche maniera, tutto ciò di che gli huomini hanno notizia. Perciò
non era quasi possibile avvertire, e conoscer, di primo tratto, quanto alla perfezion di essa fa
cea mestiere, e, conosciutolo, nel progresso del compilarla, non si poteva, senza inestimabil fati
ca, e lunghezza di tempo, porre ad effetto. Nondimeno, non ostante la diffidenza, che ci davan
tante difficultà, di potere, secondo nostra intenzione, perfezionar questa impresa, abbiamo
amato meglio tirarla avanti, che tralasciarla, perchè confidiamo, che ella, ancorché non, del tut
to perfetta, sia, con tutto ciò, per giovare alla nostra lingua, e soddisfare a chi l'ama. Crediamo
altresì, che tutti i discreti, e pratichi in simiglianti materie, dalla qualità di questo volume, e
condizione di chi l'ha fatto, agevolmente argomenteranno la necessità che egli ha havuto della
lunghezza del tempo, e dello 'ntervento di molti Accademici, e del surrogame al servigio di esso
vicendevolmente de' nuovi, in luogo degl'impediti, e de' trapassati. Conosceranno parimente
la varietà grande e moltitudine delle cose, lontanissime l'una dall'altra, e quanto sia perico
loso il fallire, nel dare la difinizione o descrizione di esse, e nel dichiarare i molti significati d'u
na medesima voce, i quali hanno talvolta differenza tanto insensibile, che a pena si posson tro
var vocaboli, o concetti, per distinguergli, e dichiarargli, e, senza offesa della proprietà del
linguaggio, non si potevan tacere, o lasciare indietro. Abbiamo adunque certa speranza, che non
debba esser loro cagione di maraviglia, ne occasione di darci biasimo, il nostro indugio nel
finire, e nel pubblicar questo libro, e il non avere in ogni parte, e in ogni minuzia, sempre esegui
to quanto da noi sarebbe suto desiderato, ed era fermo sin da principio. Danno ben tut
te queste difficultà, occasione a noi, e cagione di dubitare di non aver conseguito, fin'ora, compiu
tamente lo 'ntento nostro, ma non ce ne tolgon già la speranza, mentrechè, da qui avanti, potrà
ciascuno, con maggior comodità, farci sopra maggiore studio, e massimamente se degli errori, e im
perfezioni, che per entro al nostro Vocabolario rimaste fossero, in qualunque lodata maniera, sa
remo fatti avvertiti. Di questo, con tutto l'affetto, indifferentemente preghiamo ogni uno, paren
doci, che, per trattar d'ogni cosa, ciascuno possa esserne giudice competente, promettendone ob
bligo, e gratitudine dovuta a singolar benificio.
   Nel compilare il presente Vocabolario (col parere dell'Illustrissimo Cardinal Bembo, de' De
putati alla correzion del Boccaccio dell'anno 1573 e ultimamente del Cavalier Lionardo Sal
viati) abbiamo stimato necessario di ricorrere all'autorità di quegli scrittori, che vissero, quando
questo idioma principalmente fiorì, che fu da' tempi di Dante, o ver poco prima, sino ad alcuni an
ni, dopo la morte del Boccaccio. Il qual tempo, raccolto in una somma di tutto un secolo, potremo
dir, che sia dall'anno del Signore 1300 al 1400 poco più, o poco meno: perchè, secondo che ottima
mente discorre il Salviati, gli scrittori, dal 1300 indietro, si possono stimare, in molte parti della
lor lingua, soverchio antichi, e quei dal 1400 avanti, corruppero non piccola parte della purità
del favellare, di quel buon secolo. Laonde potendo noi tener sicuramente la lingua degli autori di
quell'età, per la più regolata e migliore, abbiam raccolto le voci di tutti i lor libri, le abbiam po
tuto aver nelle mani, assicuratici prima, che, se non tutti, almeno la maggior parte di essi, o fossero
scrittor Fiorentini o avessero adoprato nelle scritture loro, vocaboli e maniere di parlare di que
sta Patria. Con la diligenza usata da noi, c'è venuto fatto trovarne molti, ancorchè maggiore
sia stato il numero degli Autori, che la grandezza de' loro componimenti. Ci è bisognato servir
ci di molti volgarizzamenti, e traslatamenti d'opere altrui, tratti parte dal Latino, e parte
dal Provenzale, e recati da' nostrali autori, di quel secol buono, in questo linguaggio. Alcuni
de' quali, per non esser (per dir così) nostre naturali piante, son da noi tenuti di minor pregio.
Alcuni altri (benchè pochissimi) i quali potrebbe parere altrui, che ritengano, in qualche co
sa, un po' dell'antico, a molte delle lor voci, abbiamo usato di dire, voce antica. Non s'è già osser
vato questo universalmente: perché abbiam voluto lasciar libero alla discrezione, e conside
razion del lettore, usarle a suo luogo, e tempo, e intanto, per la 'ntelligenza di tali auto
ri, c'è paruto di dichiararle.
   Nel raccoglier le voci degli scrittori, da alcuni de' più famosi, e ricevuti comunemente
da tutti, per esser l'opere loro alle stampe, che si potrebbon dir della prima classe, i quali sono Dante,
Boccaccio, Petrarca, Giovan Villani, e simili, abbiamo tolto indifferentemente tutte le vo
ci, e, per lo più, postavi la loro autorità nell'esemplo. Dagli altri men conosciuti, benchè di
non dissimil finezza, quelle solamente, non trovate ne' sopraddetti, come quelli, che non eb
bero opportunità di dire ogni cosa.
   Degli scrittori, i quali, in molte lor parole, par che sentan del troppo antico, n'abbia
mo lasciate alcune, come straniere, e uniche, per avventura, d'alcun di loro: alcun'altre
n'abbiam raccolte, non già, come uguali di bontà a quelle de' migliori, ma, come riconosciu
te da noi dal riscontro di piu' scritture, per usate in que' tempi. Queste, oltre alla dichiara
zion di quegli autori, come dicemmo, potranno servire per dar notizia delle maniere de'
tempi loro, e usate a proposito, e con riguardo, non mancheranno eziandio, per nostro
avviso, di gentilezza.
   Da alcuni altri scrittori, che forestieri più tosto ci sembrano, che nostrali, abbiamo
cavate sol quelle voci, giudicate da noí belle, significanti, e dell'uso nostro, non curando
dell'altre, le quali, anzi straniere, che Fiorentine, potrebbon dar più confusion, che bel
lezza a questa favella.
   Ne' libri volgarizzati, per la poca intelligenza, in que' tempi, del latino idioma, sono
molti e diversi errori, non tanto per essersi lasciato il volgarizzatore tirare a molte voci ,
e locuzioni di quella lingua, quanto per essersi discostato non poche volte dal sentimento più
vero del latino scrittore: però non è da far capitale di lor sentenzia, ma solo dell'opera del
la lingua, quando hanno puramente parlato in questa favella. Quando eglino hanno fallato,
nel prendere il vero sentimento dell'autor latino, abbiamo nondímeno raccolti, e dichiarati i loro
vocaboli, secondo che e' vagliono nel nostr'uso, e non secondo che avrebbero a intendersi per dichia
razion dell'autore volgarizzato, non parendoci, che i manifesti errori degli altri abbiano da
alterare le regole e l'uso di questa Iingua. Per cotal rispetto molte volte, dopo la vera dichiara
zione d'alcuna di queste voci, abbiamo soggiunto, per avvertirlo [Qui vale, o qui significa ec.].
   De' libri stampati correttamente sono citati gli esempli insieme co' lor libri, capitoli, numeri,
e carte, o altre simiglianti notizie, conforme a che si dirà di ciascuno in particolare nella tavola
dell'abbreviature. Degli scritti a penna, o vero stampati scorrettamente, è citato l'autore, o il no
me del libro, con qualche contrassegno tal'ora del nome del padron d'esso, perchè non si poteva
dar lor molto buona regola, ne meno da' lettori potevano essere adoperati, ritrovandosi in potere so
lamente de' lor padroni. De' quali nondimeno si proceurerá (dio concedente) di mandarne tutta
via qualcheduno in luce.
   Deesi parimente avvertire, che oltre alle voci ritrovate negli autori di quel buon secolo ne ab
biamo nell'uso moltissime altre, delle quali forse non venne in taglio a quegli scrittor di servirsi,
però parendoci bene darne notizia, per non impoverime la nostra lingua, n'abbiam registrate
alcune, e, per loro confermazíone, abbiam tal'ora usato l'esemplo d'alcuni autori moderni, tenuti
da noi per migliori, de' quali, a suo luogo, sarà la nota. Nè abbiamo sfuggito citargli anche dove
la parola d'autore antico sia stata scarsa d'esempli, o quando l'esemplo moderno abbia più assai
vivamente espresso la forza di tal parola, o sia usata in quello in vario significato.
   Intorno all'autorità, e qualità di ciascun libro, o autore, stimiamo cosa assai più lodevole ri
mettercene a quanto ín parte n'hanno detto altri prima di noi, che volercí fare arbitri di causa
così importante: perciò per ora ci riferiamo a quello, che ne scrissero Monsig. Bembo nelle sue
Prose, i Deputati sopra la correzíon del Boccaccio dell'anno 1573 nel procinio dell'Annotazioni
sopra il Decamerone, e il Cavalíer Lionardo Salviati negli Avvertimenti della lingua Volume
primo, lib. 2. cap. 12. E nella tavola de' titoli de' libri del miglior secolo, al principio del volume
2. da' quali potrà il lettore cavar la regola, e lo 'ntendimento delle qualità di questi nostri allega
ti autori. E benchè noi n'abbiamo spogliati aletini, non posti dal Cavalier Salviati nel suo cata
logo, si potrà nondimeno, all'avvenante di quegli, andar giudicando parimente di questi, tra i
quali ci ha niuna, o pochissima differenza.
   Le voci estratte da gli Autori del secol buono, delle quali è fondata principalinente que
st'opera, son confermate con uno o più esempli di detti Autori, e, dove s'è potuto, s'è tol
to sempre esemplo di poeta, e di prosatore.
   Del citare gli Autori non s'è osservato ogni volta di metter nel primo luogo il píù nobile, o 'l
più autorevole, ma spesse fiate il più acconcio alla dichiarazion della voce.
   Non s'è dato giudicio quali sien le voci del verso, e quali sien della prosa, se non di rado: sti
mando potersi ciò lasciare alla discrezione altrui, e all'uso, arbitro di simil cose.
   I nomi propri delle Provincie, Città, Fiumi, ec. come ancora de' loro derivativi, parendo da prin
cipio, che non insegnassero più lingua, che* tanto, si sono, per brevità, tralasciati.
   Quelle parole, delle quali non abbiamo trovato esemplo d'Autori del buon secolo l'abbiam per lo
più, dichiarate nel fine del discorso di qualche voce d'autore di detto secolo, con la quale elle
abbiano qualche convenienza, o similitudine; si conosceranno per tali dall'essere senza esem
plo, o con esemplo d'autore, coine alla voce maneggiare sarà posto rimaneggiare, e a rimaneggiare, ma
neggio, ec.
   Queste medesime voci, per comodità del lettore, saranno cavate fuori all'ordine loro dell'alfa
beto, perchè quindi il proprio luogo s'apprenda della loro dichiarazione, come alla voce
maneggio è detto, vedi maneggiare.
   De' Proverbi di questa lingua s'è, proccurato di raccoglierne buona parte, e principalmen
te i significanti, e di qualche grazia, così nelle cose gravi, come burlesche. Lo stesso abbiam
fatto delle maniere del favellare, e detti proverbiali, li quali appo di noi son di molte guise. E
perchè intorno a queste non si poteva sempre far quel discorso, che per pieno intendimento
di loro derivazioni e origini, sarebbe stato bisogno, abbiamo citato il Flos Italicae linguae
Angeli Monosinij, dove il lettore, volendo, potrà ricorrere.
   Non è stata nostra intenzione di fare scelta di vocaboli dispersè, ma di raccorre, e dichia
rare universalmente, le voci e maniere di questa lingua: però non abbiamo sfuggito di met
terci le parole, o modi bassi e plebei, giudicandogli noi necessari alla perfezione di essa, per
comodità di chiunque volesse usargli nelle scritture, che gli comportano. Di queste tali ma
niere abbiam proccurato d'elegger quelle di miglior lega, proprie, e significanti, e, per distin
guerle, abbiamo detto, molte volte, voce bassa: modo basso, ec. come nella voce accoccare
e nella voce putta.
   Le parole pure latine, usate talvolta, benchè di rado, da' nostri Autori, si troverranno
contrassegnate, con dire, voce latina: come alla voce cloaca.
   Per manifestare il più che potessimo la forza delle parole, abbiam proccurato, per quanto è
stato possibile, d'addurre la difinizion della cosa, che si dichiara, prendendo però il nome di
difinizione larghissimamente, e come comprendente sotto di sè la descrizione, e dichiarazione.
Però non sono tal'ora tanto filosofiche, e proprie, quanto si converrebbe a perfettamente trat
tarne, e per professione: e di queste alcune dagli esempli stessi degli Autori, ci sono state som
ministrate.
   Troverrannosi alcune voci non dichiarate, ma però avranno sempre la difinizione, o di
chiarazion propria nel primo esemplo, come alla voce curiosità, liberalità, ec. E, qua
ndo il primo esemplo è di Dante, la dichiarazione si troverrà nell'esemplo appresso, che sarà de'
comentatori: come alla voce baleno, leppo, ec.
   Quando una parola ha molti significati differenti notabilmente, gli abbiamo distinti con dif
ferente dichiarazione. Quando la varietà è poca, ma ricerca pur qualche distinzione, per bre
vità, e maggior chiarezza, e per non si poter comprendere sotto regola generale, gli abbiamo di
chiarati con la parola, cioè, posta a piè dell'esemplo, dove è la voce, come nella voce cura.
Del medesimo, cioè, ci siamo serviti eziandio sotto quegli esempli, ne' quali, per aver la voce
significazion poco usata, ha bisogno di maggiore appalesamento, come nella voce curro, dot
trinare, ec. Tal'ora, quando i significati tra di loro poco divariano, sono immediatamente l'un
dopo l'altro, nella prima dichiarazione: lasciando all'avviso del lettore l'applicargli a' loro esem
pli, come nella voce gente, gentile, gherone, ec.
   Dove l'autor dell'esemplo tal volta s'è allontanato dal proprio significato della parola (il
che nelle traduzioni è più, che in altro accaduto) abbiamo dichiarata la voce nella sua propria,
e vera significanza, ma, per dichiarazion di quell'autore, si è appresso soggiunto [qui vale]
o altro contrassegno, come alla voce abrostine, abuso, accettatore, ec.
   Quando non abbiam trovato esemplo d'alcuna voce, se non m senso metaforico, abbiamo
usate parole, che prima la dimostrano nel suo proprio, e vi s'è appresso soggiunto [qui è me
tafora] come alla voce accecamento, abbaiatore, laniare, ec.
   A qualche vocabolo di molti e molti significati, tal volta non gli se n'è assegnato alcun gene
rale, o per non essersi trovato sì universal, che tutti gli abbracci, come suo genere, o per non
potersi discernere qual sia veramente il più generale, e più proprio, come alla voce leva
to Avere.
   Bene spesso, per dichiarare un vocabolo, abbiamo usati sinonimi, scegliendo i più simiglian
ti, o di più vicino significato: ma non intendiamo per ciò, che tutti vaglian sempre lo stesso, nè
ch'e si debbano pigliare per lo medesimo, o usar nello stesso modo, nè con la medesima costru
zione d'aggiunti, di verbi, di nomi, o preposizioni.
   I Proverbi, locuzioni, e maniere di favellare, si troverranno, per lo più, sotto i verbí, da'
quali traggon l'origine, come molte ne sono al verbo menare, imbiancare, ec. ma tal volta,
per esserci venuto meglio in acconcio, saranno sotto alcuni nomi, come sotto a orcio, gatta,
cuore, ec. E alcuna volta accadrà ritrovarsi in ambedue i luoghi.
   Gli avverbi composti di più parole son dichiarati, il più delle volte, nel discorso della pa
rola più principale, come A modo sotto la voce modo: A martello sotto la voce
martello: e all'ordine dell'Abbiccì sarà tratto fuori A modo vedi modo, A martel
lo, vedi martello, ec. Ne saranno ancora dichiarati alcuni da per loro come A discesa A
storia. Alcuni altri si ritroverranno in tutte e due i luoghi.
   Le voci, o guise di parlare non significanti, se non con l'accompagnatura del verbo, son di
chiarate insieme con essa, come nella voce A braccia, A campo s'è dichiarato. Portare a
braccia, mettersi a campo, ec.
   I participi son collocati sotto i lor verbi, e alle volte son tratti fuori, come parola da per
sè, quando è paruto, che eglino, più del nome participin, che del verbo. Simigliantemente
Esser palese, Esser lontano, Esser presente e simili, son messi come locuzioni, sotto gli
addiettivi di quelle.
   Alcune voci, che in significato son le medesime, ma solamente diversificate per sincopa, o

per semplice scambiamento d'una lettera sola: come opera, opra, e ovra: sopra, e sovra:
desiderio, e disiderio: coltura, e cultura: si troverranno dichiarate alla più comune:
come a opera, sopra, disiderio, ec. benchè, per lo più, sieno cavate fuori, secondo
l'ordine dell'Abbiccì.
   Ad alcune voci totalmente simili, ma differenti nella pronunzia, e nel signíficato, s'è det
to, pronunziata con E largo, con 0 stretto, con S sottile, con Z aspro, ec. per mostrare, che, prof
ferite diversamente, variano il significato: come nella voce Rocca e altri.
   Il masculino, e femminino differente solo nella desinenza deIrA, o dell'0, si è col
locato, per lo più, sotto la medesima voce, tratto fuori il masculino: come Discepo
lo, discepola, ec.
   Tutti i verbi son tirati fuora con l'infinito all'attiva, con la terminazione in Re. L'at
tivo, e 'l passivo si sono messi mescolatamente: ma passando a neu
tro assoluto, o a neutro passivo, si è sempre fatto segno di cotal distinzione, come nella voce abbassare,
crescere, ec. e in questo caso si sono usati i termini de' gramatici latini, per agevolez
za del leggitore.
   Addiettivo, e sustantivo s'è detto, quando c'è paruto necessario, o per agevolezza, o per di
stinzione, o anche per fuggir l'equivoco, come alla voce cupo.
   Tutti gl'Infiniti de' nostri verbi, con l'articolo avanti, prendon forza di sustantivi, nondi
meno non gli abbiamo tratti fuori come voci distinte, ma lasciatigli star co' lor verbi: eccetto
quelli però, de' quali abbiamo avuto esemplo, o che sono posti nel numero del più: come alla vo
ce andare, abbracciare, baciare, dire, ec.
   Perchè i termini, e strumenti delle professioni e dell'arti, non sono del comune uso,
e solamente noti a' lor professori, non ci siamo obbligati a cavargli tutti. Quegli, che ci è oc
corso raccorre, saranno dichiarati quanto pertiene alla voce; e il nome di strumento s'è
detto solo al fattivo, come ago, fuso, e simili.
   De' nomi, e de' verbi s'è le più volte dichiarato nel primo luogo il senso più proprio,
e dipoi il traslato, o men proprio, per metafora, o per similitudine, ec. Come alla voce ca
valcare. Ma quando è metaforico il concetto intero, e non la parola, abbiamo dichia
rata la voce nel proprio significato: come alla voce laccio.
   Le regole date una volta intorno a voci, o a locuzioni, servono per sempre nelle
cose medesime, o simiglianti: come alla voce abbondo, a brano a brano, abbrac
ciare sust. ec.
   La lingua Greca si è messa alla voce, quando ell'opera, o per esser conforme alla nostra,
o almeno per accrescer le dichiarazioni.
   Le voci e locuzioni latine sono a tutte le parole, e modi di dire, fuorchè dove, pareva
che non si potessero circoscrivere acconciamente, non s'avendo avute le voci proprie.
   Dove son mancate le voci latine di scrittori della prima classe, abbiamo adoperate quel
le d'autori più bassi, e queste saranno. per la maggior parte, accennate, o contras
segnate.
   Quando alle voci dichiarate per uno, o per più sinonimi, manca la voce latina corri
spondente, si troverrà a uno di tali sinonimi, dove ancora si dee cercare della dichiara
zion della voce.
   Ne' puri termini, non ci siamo guardati d'usar parole de' professor di quella scienza,
o vero arte, ancorchè non pure latine. E nelle parole attenenti a religione, ci siam serviti
delle latine degli Autor sacri. Come alla voce contrizione, e così circa a'nomi dell'er
be, piante, ec. ci siamo confermati co' più autorevoli semplicisti: come alla voce cu
scota, ec.
   Proverbi, o detti proverbiali latini o Greci, che corrispondono a' nostri, o che gli di
chiarano, si son, per lo più, messi.
   Quando abbiamo conosciuto, che alcuna voce latina, o greca abbia dato origine a qual
che nostro vocabolo, ce ne siamo serviti, ancorchè d'autori più bassi: e per vedere l'Au
tore o '1 discorso fattovi sopra, si è citato detto Autore, o il sopràddetto Flos Italicae linguae:
dichiarando però, che dell'origini, che son comunissime, non s'è fatto menzione alcuna.
   Nelle voci latine, e Greche abbiamo inteso principalmente all'agevolezza, per l'intel
ligenza della nostra lingua, e non all'esquisitezza di quelle.
   Quanto a regole, precetti, o minuzie gramaticali, non essendo questo luogo da doverne
trattare, ex professo, ce ne rimettiamo a quello, che n' ha scritto il Cavalier Lionardo Sal
viati, il quale, talvolta abbiamo citato ne' suoi Avvertimenti della lingua: Come nel
la voce accento. E il medesimo dicesi delle particelle, segni de' casi, e di simi
glianti.
   Nell'ortografia abbiam seguitato quasi del tutto quella del sopraddetto Salviati, pa
rendoci di presente non ci avere, chi n'abbia più fondatamente discorso.
   Per neutri, o di significazion neutrale, intendiam que' verbi, che dopo di sè non han
no il quarto caso, come paziente. E, quando s'è detto neutro passivo, s'intenda, che cotal
verbo, nel descritto significato, necessariamente si costruisce nel numero del meno, con le
particelle mi, ti, si. E con quest'altre ci, vi, si nel numero del più: come per esem
plo. Il verbo adirare, nel suo più comune significato, non può usarsi se non con una di
tali particelle allato, o poco lontana: dicendosi adirarsi io m'adíro tu t'adirri, tu ti

vuoi adirare, quegli s'adirerà, noi non doviamo adirarci, voi v'adirate, que
gli adirerannosi, o s'adireranno, e così negli altri luoghi di detto verbo, e de' suoi si
miglianti: come avvedersi, accorgersi, vergognarsi, peritarsi, ec.
   Tra le facultadi, che ha conceduto l'uso a questo linguaggio ci è quella del poter for
mar dalle voci il superlativo, il diminutivo, l'accrescitivo, il peggiorativo, vezzeggiati
vo, avvilitivo, verbale, il participio, e altri: della proprietà e conformità delle quali
parti, con l'altre due lingue, vedi più distesamente, nel Flos Ital. linguae. lib. 2 come
per esemplo, da salvatico ne può venire salvatichissimo, salvatichino, e salvati
chetto, e salvaticuccio, o salvaticuzzo, salvaticone, salvaticotto, salvaticac
cio, e salvaticonaccio. E da Tristo, oltre a sopraddetti, ne viene Tristerello, e
Tristanzuolo, e da Ribaldo, Ribaldello.
E dal verbo Testare si forma Testato
re, e da sollazzare sollazzatore, e da fare faccente, facitore, fazione, fat

tura, facimento, faccenda e molte altre simili a queste: le quali voci derivate ne' det
ti modi, non si troverranno così tutte per avventura nel nostro Vocabolario. Ma non
per questo dee avver credenza il lettore, che noi n'abbiamo diffalta. Ma è ben da avver
tir sopra queste, che non comporta l'uso di questa lingua, ch'elle si formin tutte ad un
modo, e secondo una medesima proporzione. Imperciocchè non igualmente da ogni nome si for
ma superlativo, diminutivo, e gli altri: nè da.ogni verbo il verbale, o 'l participio ad una stessa
maniera. Per esemplo: da duro si forma Durissimo, duretto, durotto, e
duraccio, ma non già duruccio, durino, durello, e durone, se non se forse per ischerzo. Nè da
venire si formerà venitore, nè da mangiare mangiazione, o mangevole, ma di
rassi, in quel cambio, mangiamento, mangereccio e simili, come l'uso ne può insegna
re. E serva ciò per avvertimento, che tali derivativi posson formarsi, ma non già tutti,
secondo una medesima analogia. E in questi, per li non pratichi dell'uso, il non s'ar
rischiar, senza esemplo di buona scrittura, è forse il migliore.
   De' verbi irregolari, dopo ch'e' son tratti fuori nel loro Infinito, non si sono detti
immediatamente tutti i variamenti de' tempi loro. Come al verbo uscire non s'è detto ,
ch'e' faccia nell'Indicativo esco, esci, esce, usciamo, ec. Ma s'è proccurato, per quanto
è stato possibile, che vi sieno tanti esempli che tutti quanti gli manifestino.
   Proprietà della nostra lingua è di sfuggire il concorso di consonanti, e perciò, quando
alle voci comincianti da S, con un'altra consonante allato, preceda una parola terminata in
lettera non vocale, a cotal voce, cominciante da S, sarà aggiunta avanti la lettera L come
in ispirito, con isperanza, per ischerno: delle quali voci si dovrà cercare alla lettera
S ritrovandovisi per accidente quell'I.
   Quando una voce non ha seco dichiarazione né altro segno, va attaccata, e pertiene
alla voce di sopra: come in accademico, accamire.
   Se in qualche esemplo si troverrà (benchè pochissime volte) voce non tirata fuori, né di
chiarata, n'è stato cagione il non averla noi avuta in istima; s'è fatto ragione, che serva
per semplice intelligenza di quell'esemplo. Potrà anche forse esser talvolta accaduto, che
nella dichiarazion delle voci, abbiamo usato qualche vocabolo, per difetto di memoria,
non tratto fuori all'ordine dell'Alfabeto.
   Delle lettere, o vero elementi di questa lingua, non s'è fatto discorso particolare , se
non per quanto si può così rozzamente darne un poco di regola nel pronunziargli all'u
sanza nostra, stimando noi, che dove eglino sono gli stessi, che que' de' latini, sarebbe sta
ta cosa superflua. E perchè i suoni della nostra pronunzia sono di maggior numero, che
i caratteri, pareva che fosse più lungo trattato a ciò necessario, che non comporta l'ordine
del nostro libro. Potrà fra tanto ciascuno vederne quello, che di ciò hanno scritto il
Cavalier Lionardo Salviati nel 3. libro del primo volume degli Avvertímentí della lingua,
e nel proemio avang al Decameron del Boccaccio. Giorgio Bartolí nel trattato degli ele
menti Toscani, e alcuni altri, che hanno fatto professione d'esaminar diligentemente que
sta materia.
   Molte cose son dichiarate più minutamente per avventura, che a molti non parrebbe si
richiedesse, ma ciò s'è fatto a maggior notizia e intelligenza de' forestieri.
   Nel fine di questo libro sarà una nota de' numeri, che s'usano in questa lingua, e de'
nomi numerali ordinativi: non essendo nel Vocabolario notati tutti.
   Saravvi parimente l'Indice di tutte le voci e locuzioni latine, adoperate in questo volume:
E un'altr'Indice delle voci, e locuzion greche. E un simile de'proverbi latini, e Gre
ci. La maniera di servirsi di quest'indici è' dichiarata avanti di essi.
   Per esser trascorsi per molte cagioni alcuni errori sì della stampa, come del copiatore del
libro, come è costume (e massimamente in sì gran viluppo di cose) s'è fatto nota di
parte de' più notabili, con le loro correzioni in un foglio, al fine del libro, i quali preghia
mo il lettore che da prima voglia emendare, acciò non abbia occasion di riprenderci: e col
suo giudicio ancora corregga gli altri, da noi forse non avvertiti.
   Questo è quello, graziosi lettori, che c'è sovvenuto, per vostro avvertimento, e per no
stra se usa, intorno a questa nostra fatica, la quale speriamo, che non vi sarà discara, se non
per altro, almeno, per averla noi espressamente durata, per giovare a chi n'ha bisogno, e
per compiacere a chi n'ha vaghezza, senza punto di pretensione di strignere alcuno a ri
ceverla, più di quello, che gli detterà il suo giudicio.